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L'esterno di uno dei padiglioni di Vinitaly

Non si può certamente brindare alla vendemmia 2017 italiana, amara per il calo dei volumi di uve raccolte stimato in oltre il 25 per cento. Ma questo dato non spaventerà il popolo di Vinitaly 2018 che si apre oggi e che si annuncia, lungo i quattro giorni della sua durata, come l'ennesima manifestazione dei record. L'anno scorso il fiume di visitatori e buyer giunti a Verona è stato imponente, con 128mila presenze, un terzo delle quali esteri da 140 Paesi del mondo, e le premesse per fare meglio sono buone anche in questa 52esima edizione.

Perché ormai Vinitaly è ben oltre la dimensione della manifestazione di settore. E' un grande show con migliaia di espositori e centinaia di attività; è una passerella per le acrobazie culinarie degli chef del momento e gli abbinamenti cibo vino più ricercati o più azzardati, che da qualche anno è anche uscita dagli spazi - angusti - della fiera (a proposito, quando un moderno impianto fieristico a Verona?) per abbracciare anche il centro storico con i tanti eventi collaterali di Vinitaly and the City. Richiamo fin troppo semplice ad una frizzante serie televisiva e format extrafieristico ripreso dal Fuorisalone di Milano legato al Salone del Mobile.

Quali sono le tendenze del vino italiano? Vinitaly è anche l'occasione per cercare di capire di più di questo universo molto frastagliato di etichette, produttori e consumatori che vale quasi 14 miliardi di euro, di cui circa 6 miliardi derivanti dall'export (secondo le prime analisi sugli affari 2017).

Due sono certamente i trend che vanno consolidandosi: il primo è quello dei prodotti regionali e di nicchia, perché i consumatori italiani sono sempre più alla ricerca di vitigni e vini nuovi, che trovano nelle piccole Doc locali e negli autoctoni recuperati in grado di accontentare la sete di novità dei wine lover nostrani. L'indagine Coldiretti su dati Infoscan Census pubblicata prima dell'apertura della fiera lo dimostra: tra i primi 10 vini per aumento percentuale delle vendite nel 2017 poche sono le denominazioni famose. Al primo posto c'è il Grillo, un vitigno siciliano autoctono cresciuto in un anno del 23% che forse avrà goduto di riflesso della grande notorietà del leader spirituale del Movimento 5 Stelle, che proprio in Sicilia ha stravinto nelle ultime elezioni.

Al secondo posto il Primitivo e al terzo l'Ortrugo, un vino emiliano realmente di nicchia. In questa top ten trovano posto anche il Cortese del Piemonte, la Passerina marchigiana, il Pecorino abruzzese ma non manca il Chianti classico a difendere la categoria dei best seller.

L'altro grande trend è il vino biologico, con l'Italia che è il maggior produttore mondiale di quello certificato. Nel 2016, registra FederBio, le vendite complessive di questi vini hanno toccato i 275 milioni di euro, con un balzo rispetto al 2015 del 34%, di cui 192 milioni sono stati esportati soprattutto in Paesi quali la Germania e, più in generale, tutto il Nord Europa. Il vino biologico non sembra essere più una moda passeggera: il rapporto con i consumatori si sta irrobustendo grazie anche al salto di qualità produttiva fatto negli ultimi anni, con prodotti che possono competere assolutamente sulla scena nazionale e internazionale. Tanto che ora prodotti biologici, naturali e biodinamici stanno facendo capolino anche sugli scaffali dei supermercati. 

Vinitaly da anni catalizza anche l'attenzione di Mediobanca, che tira le somme del proprio osservatorio economico finanziario sul settore vinicolo proprio a ridosso della fiera. L'indagine elaborata dall'Area Studi dell'istituto prende in considerazione i bilanci delle 155 maggiori realtà italiane per grandezza di fatturato. Nel 2017 i ricavi aggregati di queste società sono cresciute del 6,5% superando i 7,2 miliardi di euro. Bene l'export, ancor più dinamico dove spicca la perfomance di Asia e Sudamerica, che hanno espresso tassi di crescita superiori al 20 per cento. La società più importante d'Italia è una cooperativa, la Cantine Riunite- Giv, con 594 milioni di euro di ricavi, mentre la prima società a capitale privato è Antinori, con 221 milioni, famosa per i suoi Tignanello e Solaia, seguita da Zonin. La società che esporta maggiormente è la veneta Botter, che produce all'estero bel il 96% dei suoi ricavi e nel cui capitale è recentemente entrato il fondo di private equity Idea taste of Italy di DeaCapital.

Sono moltissimi i dati elaborati da Mediobanca, e molte le curiosità che emergono. Negli ultimi 20 anni, ad esempio, il numero di etichette totale delle 155 maggiori società è aumentato di 4.900 unità, con una crescita del 159 per cento. Uno sforzo di creazione di nuovi prodotti e di segmentazione di mercato non indifferente per il sistema produttivo italiano. D'altronde l'Italia vitivinicola è la prima al mondo per numero di vitigni e biodiversità, nonché il primo produttore mondiale anche nel disastroso 2017, dato che anche Francia e Spagna hanno avuto problemi. Quel che ci manca è un po' più marketing per vendere bene i nostri prodotti nel mondo. I francesi in questo sono ancora i più bravi, ma non bisogna demordere.