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Serra per la coltivazione idroponica

Droni che dall'alto controllano lo stato delle coltivazioni, trattori che si guidano da soli, robot che prelevano campioni di terriccio per poi analizzarli. Anche l'agricoltura è sempre più 2.0, in Italia come all'estero. In Gran Bretagna il governo ha appena finanziato un progetto da 200mila sterline per sperimentare, su un ettaro di terra, la produzione hi-tech di orzo.

Courtesy Sfera

Serra per la coltivazione idroponica a Gavorrano

Sull'appezzamento lavorano trebbiatrici a guida autonoma, velivoli telecomandati e automi. Mentre in Giappone, entro la fine del 2018, potrebbe sorgere la prima fattoria gestita quasi completamente da robot. L'idea è di Spread, azienda specializzata nella coltivazione di ortaggi. Insomma, la tecnologia sta permeando sempre di più un settore fino a qualche anno fa legato alla tradizione e al lavoro manuale. In questo senso le cose stanno cambiando anche nel nostro Paese, grazie allo sviluppo delle cosiddette serre idroponiche. Che cosa hanno di speciale? Sono dispositivi ad alta tecnologia, perché tutto al loro interno è controllato attraverso un computer, dal clima alla luce, dalla ventilazione alla quantità di acqua presente. La più grande è nata a Gavorrano, provincia di Grosseto, grazie alla startup Sfera, che per realizzare il progetto ha ottenuto un finanziamento da 19 milioni di euro: 7,5 da fondi di investimento e 11,5 da Icrrea Banca.

Courtesy Sfera

L'area della serra idroponica di Gavorrano

L'obiettivo è dar vita alla più grande estensione di coltivazioni hi-tech di pomodori. “Grazie a questo sistema gli ortaggi crescono in acqua, senza terreno e con un controllo del processo totale" – conferma Luigi Galimberti, fondatore dell'azienda. "L'obiettivo è produrre di più con meno, senza utilizzare pesticidi”. La tecnologia è già sviluppata in Nord Europa, ma si sta diffondendo anche in Italia. Grazie a questi speciali dispositivi le piante non crescono nel terreno, ma con le radici sospese in un materiale inerte, che consente di risparmiare acqua ed evitare la dispersione dei nutrienti.

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Luigi Galimberti, fondatore di Sfera

La super serra si estende per 13 ettari e servirà per coltivare pomodori, ma anche lattughe ed erbe aromatiche. Il primo raccolto è previsto già nel 2018. Un notevole obiettivo per una start-up nata nel luglio 2016 ma già in grado di dare lavoro a 45 persone. “A regime contiamo di arrivare a 130 dipendenti – prosegue Galimberti -, con un fatturato annuo che supera i dieci milioni di euro”.

Grazie a questo progetto l'Italia entra ufficialmente nel business dell'agricoltura hi-tech. “Nel nostro Paese ci sono quattro serre idroponiche" – va avanti l'ad – "una da dieci ettari a Mantova, una da otto ettari in Sicilia e una da quattro in Puglia. E poi c'è la nostra, che con 13 ettari è la più estesa a livello nazionale. Purtroppo questa tecnologia deve fare ancora molta strada qui da noi, la diffusione è infatti ostacolata dagli ingenti investimenti necessari ad avviarla, circa 20 milioni di euro, e dalla complessità, anche dal punto di vista burocratico. Ecco perché questi dispositivi sono un fenomeno di nicchia in Italia. Mentre sono diffusissimi in Olanda, Spagna, Giappone, Cina e Nord America”. Ma questo non toglie che il progetto di Sfera possa in futuro essere replicabile, anche su larga scala. “Siamo una startup e i capitali che ci hanno permesso di iniziare arrivano da fondi di investimento, che puntano sulla nostra capacità di scalare”, dice ancora. La diffusione è quindi alle porte, anche perché il costo della frutta e della verdura prodotte in questo modo non è destinato a crescere. “Alla fine i costi delle coltivazioni sono minori rispetto a quelle in campo aperto, sia da un punto di vista economico sia ambientale. I nostri prodotti potranno costare un po' di più per via dell'alta qualità, non per la tecnologia messa in campo”.

E poi c'è un altro aspetto da considerare, la rivoluzione dell'agricoltura è diventato un passo necessario: “Siamo in piena emergenza idrica e di suolo" – afferma Galimberti – "nel 2050 la Terra avrà il doppio degli abitanti e avremo bisogno del doppio di acqua. Se non troviamo un modo per produrre con meno molte persone non potranno mangiare. E sappiamo che a pagare il conto saranno i più deboli”. Ecco perché agricoltuta hi-tech può diventare agricoltura responsabile, “fatta di buone pratiche, di tecnologia, di buon senso e di sostenibilità”. Anche grazie all'impegno dei giovani che negli anni della crisi occupazionale stanno riscoprendo la terra. “È una scelta vincente", conclude l'ad. "Per riuscire bisogna però leggere, studiare e incontrare persone. Confrontarsi e poi lavorare con metodo. Io rifarei questa scelta altre mille volte”.